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Internazionalizzazione a misura di PMI

scritto da Davide Diurisi 20/03/2007

Lo sviluppo del sistema produttivo locale passa senza dubbio attraverso varie fasi che interessano la produzione, il management, la comunicazione, la legge, i modelli di vita ed i comportamenti dei consumatori. In altre parole, ancora una volta, il fenomeno della globalizzazione dei mercati.

Nell'ambito di questo fenomeno, da intendersi come fenomeno socio-economico e come filosofia del vivere moderno, ancor prima che come effetti commerciali, emergono alcune realtà che più di altre catalizzano l'attenzione.

Una di queste è, senza ombra di dubbio, la “Cina”. Un territorio talmente esteso da meritare l'appellativo generico di “area di mercato” prima che quello di “Repubblica”, ricco di variabili, contrasti, enormità geografiche e differenze gigantesche fra le varie zone che lo compongono.

Oggi, per le imprese italiane, non vi è un'unica via per la Cina, sia essa commerciale o produttiva, ma ci sono alcune “scelte imprenditoriali praticabili”.

Un mercato così vasto e così caratterizzato per i modelli culturali e storici che pesano ancora sulla gestione delle relazioni d'affari e – addirittura – sulla normativa applicata nei confronti degli “ospiti”, può essere considerato nella sua reale convenienza attraverso valutazioni attente e ponderate.

Il continuo battage promozionale che si fa sulla Cina attraverso iniziative e convegni, missioni istituzionali e progetti di cooperazione, non rivela – al di là delle probabili intese di carattere diplomatico e pubblico – quali sono le opportunità ed i disagi reali per l'imprenditore che guarda con curiosità a quella frontiera, finestra aperta sui mercati asiatici. Oggi lo scenario economico produttivo induce molte aziende italiane a cercare mercati convenienti ove approvvigionarsi perridurre i costi e migliorare la propria competitività. La Cina è certamente uno dei principali protagonisti nella produzione a basso costo in quasi tutti i settori (soprattutto giocattoli, oggettistica, calzature, tessile-abbigliamento, prodotti in pelle, apparecchiature elettriche, utensili, articoli per la casa), ma tarda ancora oggi a rispondere a quegli standard imposti a livello comunitario e comunque segno di qualità tangibile e sicurezza del prodotto.

Ma quali scelte imprenditoriali possono rivelarsi vincenti, oggi? Se è vero che in Cina troviamo una miriade di produttori senza alcun codice di qualità, è altrettanto vero che tali produttori (la manodopera in generale) sono in grado di replicare qualunque tipologia di bene e di manifattura. Ciò dovrebbe far riflettere sull'opportunità di esportare – prima ancora che attrezzature per la produzione e semilavorati – conoscenza, know-how specializzato e attenzione alla qualità, per creare lì, grazie a forme di collaborazione ben strutturate (e quindi attenta pianificazione degli accordi) una realtà produttiva di buon livello. Se è vero che i prodotti made in Italy di alto livello sono molto apprezzati (agroalimentare, moda, accessori), è altrettanto vero che la sfida per le numerose Pmi che tentano la strada cinese non è semplice. I valori di status e benessere suggeriti dai grandi brand italiani ormai internazionalizzati vengono replicati e diffusi su larga scala grazie alla presenza di imprese locali specializzate nell'imitazione o nella disinvolta invenzione di nomi e prodotti che riecheggiano quelli dei più famosi originali italiani: borse, calzature, abiti, accessori e alcune tipologie di prodotti alimentari di impronta italiana sono in tutti i grandi magazzini, ma in realtà la Cina è l'unico paese al mondo dove il Made in Italy non è italiano.

Lo scenario della contraffazione nella moda e lo scarso livello di conoscenza presente ancora oggi nel consumo di agroalimentare italiano, dovrebbero far riflettere sulla necessità di impostare strategie attente e incisive di comunicazione, per avviare un processo di educazione dell'utenza, rivolto a bacini di piccola dimensione, prima ancora che puntare ai numeri del commercio.

In sintesi, le scelte imprenditoriali non coincidono sempre con i miraggi e le rosee previsioni che si prospettano nella lettura superficiale di un mercato. Se i nostri produttori vogliono conoscere e testare una realtà come quella cinese, è bene che rivolgano la loro attenzione ad un processo graduale, cauto e ben organizzato di internazionalizzazione.E' bene considerare che la Repubblica Cinese è un luogo lontano, geograficamente ma soprattutto in termini di complessità organizzative. Offre sì tante opportunità, ma richiede ancora del tempo per spianare la strada e rendere il cammino sicuro, giustificare investimenti ingenti, predisporre spazi di contatto e modelli di accesso al mercato.

Evitando inutili allarmismi sulla prospettiva Cina, è fondamentale sviluppare un’attenta riflessione sui territori verso i quali rivolgere le proprie mire e capire quale idea di sviluppo si ha per la propria impresa, sì da misurare il grado di convenienza di un investimento e calcolare il momento adatto per effettuare la propria “scelta imprenditoriale” vincente. Inoltre, andrebbe posto un ultimo accento sull'importanza della cooperazione (consorzi, distretti, associazioni dedicate) per razionalizzare investimenti, costi e rischi, anche a discapito della propria esclusività e delle pianificazioni di lungo periodo.

Resp. Area Aziendale “Studio Associato D&L” - davidediurisi@studiodl.it

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