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Creare valore con il franchising

03/12/2005

La strategia non è certamente nuova. Grandi brand, già affermati sul mercato nazionale o meglio ancora internazionale, mettono a disposizione degli interessati tutto l’occorrente per metter su una nuova attività (insegna, pubblicità, modello di business, ecc.). In cambio chiedono lavoro, intraprendenza ed investimenti iniziali.

Solo nell'ultimo anno, secondo le stime Assofranchising, nel nostro Paese è cresciuto il giro d'affari (+7%) ed anche il personale impiegato nelle reti di franchising (+1%) che si aggira intorno ai 120mila addetti impiegati in 45mila punti vendita appartenenti a 722 insegne diverse. “Da dieci anni il franchising cresce in Italia e in Europa. Attrae sempre maggiori capitali e risorse umane - racconta Italo Bussoli segretario generale di Assofranchising. - Il motivo è semplice: il rischio è condiviso e ai nuovi imprenditori è chiaro che cosa fare”. Un modello di business tipicamente anglosassone che sta pian piano penetrando nei mercati europei di Francia, Italia e Germania.

Il successo per gran parte dipende dal ricco patrimonio (promozioni, scelte sui prodotti, il lancio di nuove marche, ecc.) che il franchisor, ovvero il proprietario dell'insegna, mette a disposizione dei suoi franchisee garantendo minori costi e, dunque, minori rischi. Il tasso medio di chiusura dei punti vendita in franchising, infatti, secondo Bussioli, è del 2% contro i valori medi relativi al commercio indipendente che si aggirano intorno all'8%.

In Italia si contano circa 600-700mila negozi indipendenti, un importante serbatoio per i sistemi in franchising con il vantaggio per chi ha un esercizio commerciale già avviato di essere competitivi sui mercati e per i più giovani di aprire una nuova attività pur in assenza di un profilo elevato. Non a caso il numero uno al mondo di Mail Boxes Etc è la filiale di Pesaro gestita da un trentacinquenne passato dal mondo dello sport alla logistica. I settori che generano maggiore profitto sono quelli legati ai grandi magazzini ed agli alimentari, oltre naturalmente ad abbigliamento, agenzie immobiliari e di viaggio ed abbigliamento intimo.

I negozi che offrono più lavoro sono invece quelli legati alla ristorazione (con 11.300 addetti), all'abbigliamento (11.600) o all'immobiliare (22.400), mentre le regioni in cui vi è una maggiore concentrazione sono la Lombardia, il Lazio e il Veneto.

Anche il mondo della telefonia e di Internet hanno registrato un boom negli ultimi anni. La crescita quest’anno è stata più contenuta rispetto al 2004. Le insegne complessivamente non sono aumentate molto, perché l'occupazione creata è stabile e vi è meno turnover grazie al minor livello di insuccesso di un negozio in franchising rispetto alle attività commerciali tradizionali. A dare impulso al franchising è stata anche la recente normativa emanata in materia di affiliazione commerciale (legge 6 maggio 2004 n.129 e decreto 2 settembre 2005 n.204) che ha inteso regolamentare il rapporto tra le parti, franchisor e franchisee, offrendo nuove garanzie alla parte considerata la più debole della catena, quella dei negozianti. La legge ha stabilito i requisiti minimi per operare nel settore e gli obblighi dei proprietari delle insegne a informare e formare in maniera esaustiva i neo imprenditori a tutela dei lavoratori contro chi vuole approntare operazioni spericolate.

Una svolta importante e soprattutto un’opportunità interessante per penetrare nuovi mercati all’estero: aziende come Tecnocasa, Mail Boxes e Calzedonia hanno già sviluppato una buona rete all’estero, in Spagna, Germania e Austria. Ma l’internazionalizzazione sembra interessare poco gli imprenditori italiani: sebbene il 30% delle insegne made in Italy si dichiari disponibile a varcare i confini nazionali, solo il 10% ci prova veramente. Pigrizia, scarsa competenza o soddisfazione del Business Italiano?

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