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Occupazione, in affanno quella femminile in Italia

27/07/2011

L’occupazione femminile, secondo stime Istat, nel primo trimestre 2011 è ferma al 46,4%. Un valore che ci colloca in penultima posizione nella classifica europea, davanti solo all’isola di Malta.

Se analizziamo più nel dettaglio questo dato medio ci rendiamo conto che il Nord Italia con il suo 56,8% è abbastanza vicino all’Italia. Il Sud, al contrario, resta molto indietro con una percentuale del 30,3%, un valore dietro il quale si cela la grande difficoltà di mamme e figlie al sud a trovare un lavoro ed avere un reddito proprio. La fascia più penalizzata è quella tra i 24 e i 35 anni.

Le colleghe più fortunate, quelle che un lavoro l’hanno trovato sono però anch'esse in difficoltà, almeno se paragonate ai propri colleghi. A parità di istruzione e di esperienza, sono del 10% più basse di quelle degli uomini. Una disparità trasversale che le donne vivono sulla propria pelle già dal termine del proprio eprcorso di studi: pur laureandosi prima e con voti migliori, impiegano più tempo a trovare un capo disposto ad assumerle.
 
E anche quando il contratto arriva i problemi non possono dirsi finiti: Almalaurea nelle sue rilevazioni periodiche segnala che a 3 anni dalla laurea il 57% dei laureati in giurisprudenza ha trovato un impiego, le donne sono ferme al 45%. Ancor più difficile la vita per chi possiede una laurea in chimica-farmaceutica: il gap tra uomini e donne è di 20 punti, mentre scende a 5 per statistica ed economia. Solo nell’indirizzo letterario, linguistico e politico-sociale le donne trovano un lavoro più facilmente.

L’analisi delle buste paga conferma che a parità di incarico i maschi guadagnano di più: la media dello stipendio mensile in tutte le discipline, a 3 anni dalla laurea, è di 1.490 euro per gli uomini contro i 1.233 per le donne.

Oggi l’impressione è che in Italia è in atto una fase di regresso: tra 2000 e 2007, infatti, l’occupazione era riuscita a salire di ben 10 punti. Un incremento che sicuramente dava più sicurezze alle famiglie ed un maggiore impulso anche allo sviluppo di un’economia moderna. In Italia oggi domina per le famiglie la precarietà, si ha timore di creare e/o allargare la famigia, in controtendenza, ad esempio, con quanto si registra in Francia dove gli incentivi fiscali a vantaggio delle imprese che assumono le donne hanno fatto impennare le nascite.
 
Emma Bonino presenta la sua ricetta “la strada per liberare le risorse delle donne passa attraverso i sostegni alla conciliazione fra la vita lavorativa e familiare. E su questo tema non ci siamo per niente”.

La necessità di contenere i costi potrebbe portare a breve al taglio delle risorse per asili nido e per l’assistenza familiare. Tagliare i servizi sociali significa penalizzare ancor di più le donne, quelle preposte per definizione alla cura della famiglia. Così uno dei primi problemi per le donne è proprio la gravidanza e la gestione dei figli: l’Istat segnala che tra il 2008 ed il 2009, 800 mila madri hanno ammesso di essere state licenziate o messe in condizioni di doverlo fare, a seguito di una gravidanza. Ammissioni che non possono essere ignorate da chi gestisce le risorse economiche del Paese e che non possono appartenere ad un paese avanzato.

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