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Meno delocalizzazione e più manifatturiero per uscire dalla crisi

23/03/2011

Anni fa molte imprese, con una sedi storiche, nei paesi avanzati dell’Occidente hanno chiuso i propri stabilimenti produttivi, per aprirne di nuovi in paesi emergenti. Una scelta che allora nasceva dalla volontà di abbattere i costi di produzione, trasferendo la produzione in stati caratterizzati da bassi salari.

La delocalizzazione produttiva è stata scelta da molte aziende, per fronteggiare le sfide della nuova economia globale e collocare le proprie merci sul mercato a costi davvero competitivi. Oggi però questa strategia sembra entrare in crisi, in conseguenza dell’innalzamento dei salari delle risorse umane che vivono e lavorano nei paesi emergenti.

Le aziende che prima producevano in Cina, oggi tendono a collocare queste merci in questo Paese, puntando ad acquisire fette importanti di un enorme mercato in via di espansione. Oltre ad aver spostato l’ago della bilancia della produzione, la Cina insieme a molti altri paesi emergenti è infatti un fiorente mercato.

L’impennata dei salari è confermata anche dal Rapporto Mkinsey Quarterly “Building a second home in China”: tra il 2000 ed il 2009 l’aumento è stato del 15%. Per i lavoratori che si sono trasferiti dalle campagne verso le città è stato addirittura del +40% nel solo 2010. Nei prossimi 3 anni la crescita dovrebbe proseguire all’incirca tra il 20-30%.

Per avere un ordine di grandezza del grande mercato che si sta formando nei paesi emergenti, basti pensare che la classe media nei Paesi emergenti spende circa 6 mila 900 miliardi di dollari l’anno (fonte: Banca Mondiale), il doppio circa della spesa per consumi degli USA.

Per un’impresa entrare e presidiare questi mercati in così forte espansione è un must e lo sarà ancor di più nei prossimi anni. Ecco perché molte imprese già adesso provano a restare nei mercati e ad acquisire anche piccole fette di mercato.

Le imprese straniere che producono in Asia devono fare i conti anche con un tessuto imprenditoriale locale più forte ed agguerrito, caratterizzato da aziende forti in grado di competere con i grandi brand. Nell’ultima classifica Global Fortune 500, che censisce tutte le più grandi imprese del mondo, le cinsi presenti sono ben 46 cinesi, 7 le brasiliane ed 8 le indiane. Aziende che possono competere con le grandi imprese storiche tedesche (37 imprese in classifica) e francesi (39).

La crisi della delocalizzazione produttiva per le imprese provenienti dai mercati maturi comporta anche la ricerca di nuovi modelli di produzione: si fa largo un approccio orientato crescita del valore, piuttosto che all’abbattimento dei costi di produzione.

Dopo 20 anni si torna a puntare sul manifatturiero, un settore molto penalizzato nell’ultimo ventennio. Negli USA, ad esempio, il prodotto lordo del settore è sceso dal 16% del 1990 all’11% del 2008, mentre in Gran Bretagna gli addetti tra il 1980 al 2005 sono passati da 8 a 2,5 milioni.

Il cambio di rotta in alcuni paesi è già visibile: in Gran Bretagna nell’ultimo trimestre del 2010 l‘indice delle PMI manifatturiere è tornato ai livelli del 1992.

Nel manifatturiero si concentrano le speranze delle aziende dei mercati più avanzati, perché possano tornare a farsi largo sui mercati globali. La chiave di volta in questa nuova sfida sono la capacità di innovare e di produrre delle nostre imprese.

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