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I 25 Paesi che trainano l'economia globale

07/11/2011

Non solo Bric. La classificazione dei Paesi emergenti necessita di un aggiornamento urgente: ai 4 grandi (Brasile, Russia, India, Cina), infatti, bisognerebbe aggiungere altre 21 economie in rapidissima crescita, il cui Pil è aumentato in media del 6,2% nel 2011 e continuerà a salire del 5,9% anche nel 2012. E’ il dato più interessante contenuto nello studio Rapid growth markets (Rgm) forecast condotto dalla società Ernst&Young.

La ricerca prende in esame le tendenze economiche in atto nei Paesi emergenti e il loro rapporto con le economie avanzate, stabilendo che negli ultimi 10 anni, il Pil degli Rgm è cresciuto a un ritmo del 5,8% annuo. Tassi che dovrebbero proseguire anche nei prossimi 10 anni, seppure a un ritmo di incremento medio annuo che stima dovrebbe aggirarsi intorno al +3,5%.

Al momento i tassi di sviluppo rilevati per questi 21 paesi sono davvero sorprendenti, correndo quasi quattro volte più di quelli dell'Eurozona, dove si registra un calo dall’1,6% all'1,1% dell'anno prossimo. Chi sono quindi i paesi che oggi trainano l’economia mondiale? Tra i nuovi emergenti vi sono Stati come il Qatar, il Kazakistan, il Vietnam, la Nigeria, il Ghana e l'Indonesia, che dimostrano una forza analoga a quella dei giganti colossi asiatici in termini di velocità relativa di crescita.

Disponibilità di materie prime e basso costo della manodopera sono all’origine delle crescite di questi Stati: "tra i Paesi a più rapida crescita – spiega Donato Iacovone, country managing partner di Ernst & Young in Italia - molti sono trainati dalla disponibilità di petrolio, gas naturale e metalli. Fatta eccezione per la pausa del 2008, negli ultimi anni la richiesta di materie prime è aumentata costantemente. Altri Stati ancora contano su fattori diversi, come il basso costo della manodopera, per aumentare la competitività delle economie locali e la capacità di attrazione di investimenti produttivi dall'estero".

Il flusso di investimenti diretto verso gli Rgm è più che raddoppiato in un decennio, passando dai 210 miliardi di dollari del 2000 ai 445 miliardi del 2010. Ed oggi, gli investimenti diretti nei 25 nuovi Paesi emergenti si aggirano intorno al 50% del totale globale.

C’è anche un altro fenomeno degno di rilievo, il sempre maggior legame di interdipendenza che lega i Paesi più avanzati a quelli in via di sviluppo. “Sino a pochi anni fa – prosegue Iacovone - il flusso commerciale era molto semplice: gli investitori occidentali andavano a cogliere le opportunità di produrre beni a costo più basso, per poi riesportare verso i Paesi avanzati”. Questo modello, con gli anni, ha inziato a modificarsi, perché si sono venuti a creare mercati interni locali che spingono oggi gli Rgm a rispondere alla crescente domanda domestica. “È quindi diminuita l'esigenza di esportare i prodotti e sono aumentate le importazioni” continua Iacovone.

In conseguenza di questi mutamenti economici, l'export dai Paesi emergenti è sceso sino a contribuire al 50% dei Pil nazionali, una proporzione sempre più vicina al 40% della zona Euro. Al contrario, invece, i Paesi sviluppati esportano beni per 9.800 miliardi di dollari verso i rapid growth markets ed entro il 2020 si prevede che “il 33% delle esportazioni dalle economie avanzate sia destinato agli Rgm. In pratica, un dollaro su 3 del controvalore esportato andrà verso gli emergenti, per un totale di 17.600 miliardi", stima l'esperto. Sempre guardando al 2020, le stime di Ernst & Young delineano uno scenario in cui i Paesi ad alto potenziale contribuiranno al 50% del Pil mondiale (calcolato a parità di potere d'acquisto), al 38% dei consumi e al 46% delle esportazioni di beni globali.

Non ci sono però solo previsioni rosee: il legame che si sta creando tra Paesi avanzati e Stati emergenti implica delle criticità che potrebbero costituire un ostacolo alle potenzialità di crescita.

Un’eventuale recessione in Europa ed una stagnazione negli Stati Uniti potrebbero tagliare della metà il tasso previsto di aumento medio del Pil al 3,2% già nel 2012-2013. Con ripercussioni che sarebbero molto negative per gli esportatori di petrolio e materie prime come Russia, Brasile e Cile, ma anche gli Stati con commercio e legami finanziari importanti con l'occidente come Corea e Singapore.

"Non bisogna ignorare gli altri fattori che potrebbero creare rallentamenti allo sviluppo degli Rgm. Prima fra tutti, l'instabilità politica di alcune regioni che potrebbe creare crisi paralizzanti come è accaduto in Nordafrica. Ma le sfide includono anche la pressione inflazionistica crescente e l'esigenza di infrastrutture sufficienti a supportare un potenziale di crescita a lungo termine", conclude Iacovone.

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