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Fare business: in Italia è sempre più difficile

21/10/2011

L’Italia era 83esima lo scorso anno nella speciale classifica annuale del “fare impresa” stilata dall'International Finance Corporation, il braccio della Banca mondiale che si occupa del settore privato.

La classifica, che valuta la facilità normativa di condurre una attività di impresa, e contenuta nel rapporto "Doing business", è ottenuta analizzando 10 voci chiave del quadro normativo che toccano "l'intero ciclo vitale" delle imprese, come spiegano in World Bank.

Una posizione che certo non soddisfa, considerando che i paesi presi in esame sono complessivamente 183.

L’Italia infatti occupa ora l’87esima, scivolando persino dietro Paesi decisamente meno avanzati, come Mongolia, Bahamas e Zambia, e ben cinque posizioni meno dell'Albania.

Ed è nettamente distanziata dagli altri Paesi del G-7 e dalle economie industrializzate dell'Ocse. Lontanissimi sono gli altri stati Europei dell’area euro, più vicini all’Italia per vocazione economica, storica e sociale, come la Germania (19esima) e la Francia (29 esima).

E mentre in testa, con poca sorpresa, troviamo Paesi dove la vita per le imprese è più facile, almeno dal punto di vista della burocrazia, delle regole e del fisco come Singapore (prima) e Hong Kong, seguiti da Nuova Zelanda, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e Regno Unito. Ci sono poi paesi che si segnalano per importanti avanzamenti in classifica, sia realtà emergenti e in via di sviluppo, che Paesi già sviluppati come la Corea, entrata per la prima volta nella Top 10 (lo scorso anno era 15 esima). Seguono Islanda e Irlanda, 2 Paesi in cui i Governi, per fronteggiare la crisi hanno spinto l’acceleratore sulle riforme strutturali.


Riforme che pur essendo molto invocate, in Italia stentano a decollare.

Dalla scheda dettagliata fornita dalla Banca mondiale l'Italia ottiene voti molto bassi e peggioramenti in moltissime delle categorie esaminate.

Il ritardo più macroscopico riguarda i tempi ed i costi della giustizia civile: siamo al 158esimo posto nel mondo nel far rispettare i contratti per via giudiziale. Sono richiesti ben 41 procedure, 1.210 giorni, ed un costo in media il 30% dell'importo non pagato.


Dolente è anche il tasto del pagamento delle tasse, che vede l'Italia 134esima: sono richieste 15 operazioni all'anno e 285 ore, e l'aliquota totale effettiva è al 68,5% dei profitti.

Solo notizie negative dunque per l’Italia? Quasi, se si pensa che l’unico miglioramento registrato nell'ultimo anno ha riguardato la soluzione delle insolvenze (30esima posizione). «L'Italia - afferma una tabella dedicata alle riforme in quest'area - ha introdotto misure per incoraggiare l'uso di accordi di ristrutturazione del debito». Si tratta dell'unica azione di riforma intrapresa dal nostro Paese, nelle categorie previste dallo studio dell'Ifc, per migliorare la possibilità di fare impresa.

Per il resto, avviare un’attività imprenditoriale in Italia è complicato, e lo è ancora di più ottenere permessi di costruzione e allacciarsi all'elettricità (siamo al 109esimo posto).

Non va meglio per altri indicatori: ci posizioniano nella seconda metà della classifica o giù di lì anche per quanto riguarda la registrazione degli immobili e l'accesso al credito.

Le cose vanno solo leggermente meglio per quanto riguarda la protezione degli investitori e adempimenti e costi per il commercio internazionale.


La bocciatura internazionale conferma la chiara la difficoltà di fare impresa oggi in Italia. E fornisce qualche spunto al Governo alle prese proprio in questi giorni con il decreto sviluppo in un contesto di scarse risorse disponibili («Non ci sono soldi» per le riforme, ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi), suggerendo interventi di semplificazione e deregolamentazione che si potrebbero realizzare in molti casi anche a costo zero.


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