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Il Nord Est italiano frena

25/08/2011

Dati contrastanti sono diramati in questa calda estate. Riguardano un territorio a cui l’Italia tutta intera guarda con grande interesse ed apprensione, visto il ruolo strategico che ha giocato nell’ultimo ventennio per l’economia italiana.

Se da un lato, infatti, l’Istat segnalava uno sviluppo del PIL del Nord Est dell’1,2%, dall’altro la Fondazione Nord Est mette in guardia sul rischio di una decrescita infelice e il recente rapporto della Banca d’Italia del Veneto cita “problemi irrisolti che potrebbero far tornare il nod est ai modesti ritmi di crescita del periodo precedente la crisi”.

Cosa accade quindi nella Baviera Italiana? C’è un’insoddisfazione generalizzata tra gli imprenditori che sembrano apprezzare sempre meno l’azione di Governo: oggi solo il 13,6% degli industriali del nord est si dichiara soddisfatto dell’operato del Governo, persino più bassa del minimo raggiunto dal Governo Prodi. Nel 2008, quando la crisi economica era già cominciata, i sostenitori del Governo erano il 56% circa. In soli 3 anni lo scenario è cambiato profondamente, lasciando fiducia solo nella Presidenza della Repubblica, l’istituzione che secondo gli imprenditori locali è la più degna di fiducia.
 
Un cambio di rotta che si inserisce in un contesto di cambiamenti e difficioltà sempre più evidenti, in cui si è messo in discussione il modello del piccolo è bello e dei distretti industriali, in cui si sta facendo largo una consapevolezza del tutto nuova che la ricetta contro la crisi non è nel federalismo quanto nell’impossibilità di salvarsi da soli. Alessandro Vardanega, Presidente degli industriali trevigiani, sostiene che “ormai tutti ci rendiamo conto che da soli non ci salviamo. Se non c’è una politica forte di riforme che cambi prospettive al paese, non solo nessuno investirà più qui, ma perderemo anche le industrie che abbiamo”.

Fondazione Nord Est e Banca d’Italia segnalano il divario che c’è tra il Nord Est italiano ed altre regioni europee che si distinguono per la loro forza trainante: “nell’ultimo decennio – ammette Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale della banca d’Italia – la crescita del nord est è stata inferiore di quasi un punto rispetto alle regioni europee di confronto.” E tra le ragioni del calo di competitività vi sono innanzitutto la frammentarietà del tessuto produttivo, la scarsa presenza di personale qualificato, le infrastrutture carenti, un carico fiscale oneroso, inefficienza della pubblica amministrazione e bassi investimenti in innovazione.

Basti il confronto tra il Nord Est ed il Baden Wurttemberg, simile al Nord Est per composizione ed occupazione, per capire quanta distanza ci sia oggi tra Italia e Germania: il 2,3% delle aziende tedesche del territorio hanno più di 250 addetti, contro lo 0,35% italiano. Inoltre le imprese italiane vantano una bassa presenza in Cina, al contrario delle numerose multinazionali tedesche come Daimler, Porche e Sap e una scarsa attrattività di investimenti dai paesi del Bric (Brasile, India e Cina).

E oggi le imprese italiane subiscono le ripercussioni negative della riorganizzazione attuata in Germania, dove molte forniture un tempo provenivano dall’Italia mentre oggi sono state riportate in Germania o spostate nell’Est Europa. E così le imprese italiane hanno perso clienti ed un mercato che rende ancora più complicata la fuoriuscita dalla crisi che ha investito il territorio.

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