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Professionisti autonomi, precari e poco valorizzati

13/06/2011

Negli ultimi anni in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea è aumentato considerevolmente il numero dei lavoratori e lavoratrici che in forma autonoma o come dipendenti sono inseriti nel mondo delle professioni.

L’aumento dei lavoratori autonomi e dei professionisti che ha interessato l’Europa, Italia compresa, è stata la conseguenza dell’evoluzione delle professioni determinata anche dall’avvento delle nuove tecnologie, ma anche del tentativo di molti imprenditori di eludere l’applicazione delle tutele proprie del Diritto del Lavoro e, infini, delle politiche attuate in favore dell’autoimprenditorialità.

Una recente ricerca, intitolata "Professionisti, a quali condizioni?", realizzata dall'Ires-Cgil fotografa il mercato del lavoro per avvocati ed architetti, medici ed ingegneri, commercialisti ed altri profili professionali. Un esercito di 5 milioni di persone (di cui 2 iscritti a ordini e albi e 3 senza rappresentanza), che vive in una situazione costante di precarietà, diviso tra stabilità e incertezza.

La ricerca ha indagato le condizioni, i percorsi, i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle lavoratrici delle professioni, distinguendoli in lavoratori dipendenti, autonomi o praticanti di diverse aree professionali (giuridica, economica, gestionale-amministrativa, socio-sanitaria e assistenziale, della cultura e dello spettacolo, dell’informazione e dell’editoria), ma anche interpreti e traduttori, ricercatori, operai specializzati, artigiani e mestieri non qualificati.

All’interno del campione dei professionisti autonomi sono stati individuati 3 nuclei specifici:
1. lavoratori a “Rischio di Precarietà” (il 20% circa) con forti similitudini rispetto ai lavoratori parasubordinati iscritti alla gestione separata INPS. Il 13,7% di loro si definisce un lavoratore dipendente non regolarizzato;
2. “liberi professionisti con Scarse Tutele” (68,5%): dotati di autonomia nello svolgimento della prestazione, hanno pochi strumenti di protezione sociale e scarsa capacità di contrattazione con i propri committenti (58,4%);
3. lavoratori autonomi e “liberi professionisti Affermati” (17,8%): hanno migliori gratificazioni economiche ma cercano più riconoscimento professionale.

Vediamo nel dettaglio carattristiche e differenze tra professionisti autonomi ed indipendenti.
 
PROFESSIONISTI AUTONOMI: concentrati in gran parte nelle regioni del Nord Italia (53,9%), hanno un livello d'istruzione elevato (il 79,6% ha almeno una laurea breve) e anche un'età media di 42 anni. Il 70,3% ha una partita Iva e ricopre incarichi con un termine temporale (79,8%). La gran parte di loro (il 79,4%) offre prestazioni a più soggetti; restante 20,6% lavora per un unico committente. Dal punto di vista retributivo si evidenziano difficoltà più o meno evidenti, pur lavorando in media 8,7 ore lavorative giornaliere. Un professionista su 3 “arriva alla fine del mese” con molte difficoltà (34,2%): in media, nel 2009 il 44,6% ha dichiarato un reddito netto annuale minore di 15.000 euro. In generale, i redditi più bassi si registrano nelle professioni della cultura e spettacolo (il 64,5%), nell’informazione ed editoria (59,6%), tra gli interpreti e traduttori (50,1%), i docenti ed educatori (67,8%), i ricercatori (52,6%), tra gli operai e gli artigiani (50%). I professionisti autonomi registrano anche una continua alternanza di periodi di lavoro e di disoccupazione: negli ultimi 5 anni il 61,4% di loro ha avuto periodi di disoccupazione e l’alternanza tra periodi di lavoro e di non lavoro interessa il 20,8% dei rispondenti, soprattutto lavoratori della cultura e spettacolo (88,3%), interpreti e i traduttori (70,6%), docenti ed educatori (76,7%). Il futuro previdenziale è caratterizzato per loro da un elevato grado di incertezza: il 59% degli intervistati è disponibile a versare una quota contributiva pur di avere un'indennità di disoccupazione, come i professionisti dipendenti. Il 40,6% dei rispondenti sarebbe disposto a cambiare professione pur di migliorare le proprie condizioni di lavoro, con dei picchi massimi nell’area giuridica (il 58,2%), economica (60,2%), gestionale-amministrativa (54,1%) e tra i ricercatori (52,6%). Due professionisti su 3 sarebbero persino disposti a cambiare città o ad andare all’estero.

PROFESSIONISTI DIPENDENTI: i professionisti dipendenti vantano anch’essi livelli di istruzione elevati (il 70,9% è laureato), ma rispetto a questi sono un po' più giovani (38,8 anni) ed hanno una stabilità contrattuale (65,7%) maggiore. Il 35% guadagna meno di 15mila euro l'anno, lavorando in media 39,8 ore a settimana. Le prospettive di carriera, sia per chi lavora nelle grandi aziende (40,2%) che per chi è impiegato in piccole oimprese (31,5%) sono basse: il 68,7% si dice pronto a cambiare occupazione.

VANTAGGI E SVANTAGGI PERCEPITI DEL LAVORO AUTONOMO – l’80,4% dei professionisti ritiene di avere una maggiore autonomia, rispetto a chi fa la medesima professione come dipendente e i vantaggi maggiori rispetto al lavoro dipendente sono rinvenuti nei margini maggiori di flessibilità dell’orario di lavoro (l’80,4%) e nelle opportunità di crescita (64,7%).
Gli svantaggi siano comunque significativi: per una quota rilevante di lavoratori autonomi significa una peggiore organizzazione del lavoro (44,1%) e minori opportunità di aggiornamento (40,6%). Solo il 46,6% degli autonomi ritiene di avere un maggiore riconoscimento professionale rispetto ai dipendenti.
Dal punto di vista dei redditi, rispetto al lavoro dipendente, gli autonomi vedono il vantaggio di detrarre alcuni costi (74,5%) a cui però si accompagna il peso di avere più oneri fiscali (85,6%). Complessivamente il bilancio appare negativo: il 59,1% degli autonomi ritiene di avere un peggiore trattamento economico rispetto ai dipendenti.

Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio Nazionale dei Commercialisti, lancia l’allarme: «negli ultimi anni il mercato delle professioni è molto cambiato e per i giovani ci sono serie difficoltà a entrarvi. A ciò si è aggiunta la crisi, che ha peggiorato la situazione: per questo abbiamo lavorato molto proprio per aiutare i nostri giovani e per dare loro delle nuove prospettive occupazionali». Duro anche il commento di Guido Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense: «l'avvocatura cerca di fare fronte a questo momento drammatico contando sulle sue sole forze. Ha dovuto procedere senza aiuti, senza interventi straordinari, senza alcuna attenzione da parte della classe politica».

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